Cambiamento nella tradizione: la tradizione era quella dell'ormai consolidato pellegrinaggio al November Porc, il cambiamento era la meta: non più Polesine Parmense, bensì Zibello, 3 km e sette giorni più in là.
Grazie alla non disinteressata collaborazione di Trenord (chissà perchè non ci offrono il biglietto gratuito, poi...), anche quest'anno il vettore principe è stato il treno, l'ormai tradizionale RV 2649 partito alle 8.20 dalla stazione Centrale già con sette pieghevolisti... e un infiltrato a bordo.
A Rogoredo ad attenderli c'eravamo io e Albistreet, che abbiamo occupato gli spazi liberi nel locale bici della carrozza pilota Vivalto, gentile contributo di gip alla manifestazione.

Da notare come in uno spazio decisamente contenuto abbiano trovato posto sei pieghevoli (tre Brompton, due Dahon Vitesse e un'altra 20" di cui non ricordo la marca), senza neanche stare a impazzire con gli incastri e lasciando perfettamente libero il corridoio.
Il più dritto però si conferma essere Peo: guardate dove è riuscito a parcheggiare la sua Brompton, in un angolo altrimenti inutilizzabile, ma che sembra fatto su misura, a fianco del portabici "ufficiale".

Viaggio regolarissimo e senza storia, treno semivuoto, arrivo in orario.
Consueta colazione al bar pasticceria accanto alla stazione, e prime avvisaglie dell'invasione che la Festa del Torrone ha portato a Cremona: locale strapieno, code alla cassa, bagni inavvicinabili.
Riunitici con altri due amici che ci aspettavano all'arrivo, puntiamo come di consueto verso la piazza del Duomo, attraverso vie un po' più affollate del solito.

Annarita (su Dahon Vitesse D7 prestata da Peo) e Jimmy su Dahon Vitesse D7i "ufficiale".

Mi pare doveroso precisare che lo strappo sul jeans di Annarita è solo una concessione alla moda, non la traccia di un precedente capitombolo; anzi la ragazza, unica gentile presenza del gruppo, ha affrontato la lunga pedalata con il sorriso sulle labbra... e anche con una discreta dose di stoicismo, specie nel ritorno.
Davanti al Duomo troviamo: gruppi di turisti organizzati con tanto di capogita e bandiera; carri allegorici e pubblicitari; palco con annessa corale intabarrata. In breve, un gran casino; quando arriviamo in piazza siamo abituati a essere noi il centro dell'attenzione, ma stavolta così non è: non ci si fila nessuno, spazio per la rituale foto di gruppo non se ne trova, e siccome "chi non ci vuole non ci merita", voltiamo le ruote verso la periferia e ne ce andiamo.
Passato il ponte sul Po con la sua passerella metallica "trasparente" e rumoreggiante che fa sempre la sua impressione, eccoci sul percorso riservato lungo l'argine maestro del Po.

Poco prima di Soarza, una sosta per "esigenze tecniche" mi offre l'occasione per un paio di scatti: la mia "ex-Due Calzini" sempre più carica di accessori (ormai pesa più di una elettrica...)

e lo scorcio di una vicina cascina.

Raggiunto da Peo e Menegodado che erano rimasti ancora più indietro di me, prima di aver recuperato il gruppo arriviamo al bivio per l'ormai ben nota "variante Vittorio": non sapendo quale strada abbia preso il gruppo, ci dividiamo: io e Menegodado tiriamo dritto lungo la variante, Peo svolta per l'itinerario più lungo.
La variante, grazie anche alle scarse piogge dei giorni scorsi, si rivela percorribilissima: secondo lo strumento "misura distanze" di Google Maps, circa 730 m sono asfaltati, altri 920 di strada bianca ben battuta e il resto (circa 1120 m) di carrareccia abbastanza liscia, anzi tutto sommato più scorrevole del tratto inghiaiato, come testimoniano le due foto che seguono.

Morale della favola ("in tavola!") (
*) nonostante l'andatura tranquilla e la sosta fotografica arriviamo alla Trattoria Ongina, previsto punto di ricongiungimento con il gruppo, con una bella ventina di minuti (quasi 25) di anticipo, che impieghiamo sorbendoci un caffè, oziando

e criticando le innovazioni tecnologiche a tutti i costi (Menegodado ha appena scoperto che la nuova testa stabilizzata per la sua GoPro si è ciucciata in un lampo la carica di un intero set di batterie).
Finalmente arrivano i nostri, dopo che Peo ha impedito in extremis che imboccassero per sbaglio il ponte della variante... e tornassero a Cremona!

Durante la sosta, Jimmy armeggia nella borsa Ortlieb fissata alla Dahon di Peo in uso ad Annarita.

Rinfrancati da un caffè, o alleggeriti del... superfluo, secondo i casi, si riparte da Ongina

e si affrontano in scioltezza gli ultimi km di strada aperta (ma con traffico automobilistico pressochè inesistente) verso Polesine e Zibello.

Zibello è una gradevole sorpresa: nonostante il concomitante raduno di camperisti la folla non è eccessiva, si distribuisce bene e riusciamo abbastanza in fretta a conquistare alcuni tavolini di fronte a un chioschetto ben fornito, al cui bilancio positivo contribuiamo a turno un po' tutti. Per me personalmente, un punto a favore è la presenza maggioritaria di specialità gastronomiche locali: nulla contro gli arrosticini e gli arancini al ragù, ma trovo più sensato mangiarli a L'Aquila e a Palermo rispettivamente, mentre qui trovo anolini in brodo, ciccioli, tortelli alle erbe, polpette di cavallo... Mancano solo i tortelli piacentini "con la coda" (ma per quelli l'appuntamento è solo rimandato al 18 dicembre).
Anche il non aver rotto gli occhiali è un netto miglioramento rispetto all'anno scorso.
Piacevolmente rinfrancati e satolli, concediamo benevolmente anche un'intervista a un cineoperatore locale.

Prego di notare l'impostazione fra il monitorio e il benedicente di Menegodado, nonchè le spoglie mortali delle cibarie e bevande spazzolate fino a quel momento.
Nonostante il calore umano e le calorie ingurgitate e tracannate, è pur sempre il 20 novembre e il freddo e l'umidità si fanno strada attraverso gli strati di abbigliamento; inoltre c'è chi a Milano deve prendere altri treni in coincidenza, per cui poco dopo le 15 il grosso del gruppo decide di ripartire, puntando al treno delle 17.30; lasciamo dietro di noi solo Peo, Ricky e Menegodado che non avendo nessuna fretta, anzi volendo far passare un po' di bancarelle per degustazioni e acquisti vari puntano sul treno successivo, due ore dopo (in realtà finiranno col prendere per un pelo quello delle 21.30, ultima opportunità per non pernottare a Cremona, ma perchè e percome lascio che lo raccontino loro).
Il ritorno, una volta riscaldati dopo le prima centinaia di metri, fila via liscio.
O meglio, filerebbe, se Jimmy e Annarita non sbagliassero strada al primo bivio, puntando dritti verso il Po, e soprattutto se Annarita non cominciasse ad accusare la fatica (povera, lei si aspettava 30 km in tutto, non 30 all'andata e 30 al ritorno...). Rimasti indietro e perso rapidamente di vista il gruppo, io e Jimmy (soprattutto lui, a dirla tutta) proviamo a darle una mano spingendola per qualche tratto e ogni tanto, specie sui tratti più sconnessi, ci facciamo qualche pezzo a piedi, per darle un po' di respiro. Ed è qui che la variante, con i suoi 6 km di meno, dimostra tutta la sua utilità: tenendo d'occhio l'orologio e i pochi punti di riferimento (il percorso è di quelli a prova di errore: basta andare sempre dritto e si arriva a Cremona per forza, però non ci sono indicazioni delle distanze) riusciamo ad arrivare in stazione con qualche minuto di margine, che sommati a due-tre minuti di ritardo del treno ci garantiscono il rientro a casa in orario.
In orario, ma non propriamente comodi: il treno, che normalmente è già abbastanza pieno di studenti universitari che tornano a Milano dopo aver passato la fine settimana in famiglia, oggi deve accogliere anche un bel po' di gitanti reduci dalla Festa del Torrone (che già mi ero trovato fra le ruote per le vie del centro) e così, dopo esserci divisi tra due carrozze, ce la facciamo tutta in piedi nel vestibolo, con le bici ai nostri piedi. Per fortuna, fino a Rogoredo la porta che si apre è sempre quella opposta a noi, per cui almeno non dobbiamo vedercela con chi sale tirandosi appresso trolley formato container.
A Rogoredo ritrovo Albistreet che si dirige al binario 1 ad attendere la prima S1 verso casa, mentre io mi faccio gli ultimi 2,7 km fino a casa sotto un'acquerugiola che mi fa tornare alla memoria le recenti discussioni sul tema "pioggia e occhiali".
Per finire, due note, una tecnica e una "di costume":
a) Le foto "di coda" sono state prese come sempre dalla Nilox azionata col telecomando al manubrio e fissata al tubo reggisella mediante questo raffinatissimo supporto
"made in casa", che alla prova dei fatti si è dimostrato più solido e stabile di tutti gli aggeggi specifici sperimentati finora.

b) Spero che nessuno si offenda e non voglio assolutamente mettermi in cattedra o criticare, però sarebbe stato bello se nel viaggio di ritorno a spingere Annarita fossimo stati in sette-otto anzichè in due: saremmo arrivati tutti insieme e magari ci saremmo fatti anche qualche risata in più. Però, come giustamente dice sempre Federico, "questa è solo la mia idea"
Vittorio
(
*) questa addirittura non me la ricordo bene nemmeno io...